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CHIETI – Si avvia verso la conclusione il processo a carico di Gabriele Di Giammarco, ex primario del reparto di cardiochirurgia dell’ospedale Santissima Annunziata, imputato per presunti maltrattamenti ai danni di alcuni colleghi. Secondo l’accusa, il medico avrebbe messo in atto per anni una gestione autoritaria del reparto, caratterizzata da comportamenti vessatori e ritorsivi nei confronti dei chirurghi che non condividevano o contestavano le sue decisioni.
Nel corso dell’ultima udienza, celebrata davanti alla giudice Morena Susi, il pubblico ministero Giancarlo Ciani ha chiesto una condanna a tre anni e sei mesi di reclusione. Di segno opposto la posizione della difesa, rappresentata dagli avvocati Leo Brocchi e Gianfranco Iadecola, che ha sollecitato l’assoluzione dell’imputato sostenendo che i fatti contestati non sussistono o, in subordine, che non configurano un reato. Il procedimento è stato aggiornato al prossimo 23 gennaio.
Le contestazioni riguardano un arco temporale molto ampio, che va dal 2004 al 2020, e coinvolgono dieci medici del reparto. In due casi, secondo quanto emerso, i fatti sarebbero ormai prescritti. Otto dei dieci professionisti che avrebbero subito le presunte vessazioni avrebbero lasciato il reparto, definitivamente o per periodi più o meno lunghi.
Stando alle indagini della Procura, l’ex primario avrebbe sistematicamente mortificato la professionalità dei colleghi, riducendo o azzerando la loro partecipazione agli interventi chirurgici e assegnando loro esclusivamente la gestione delle emergenze. In alcuni episodi, i medici sarebbero stati esclusi dai turni di servizio, privati ripetutamente delle ferie o sottoposti a carichi di lavoro particolarmente gravosi per lunghi periodi.
Non mancherebbero, secondo l’accusa, offese verbali rivolte pubblicamente ai sottoposti, anche davanti ad altri operatori sanitari, con espressioni denigratorie e umilianti. Tra gli episodi più rilevanti viene citato anche il mancato via libera a un trapianto di cuore, nonostante l’idoneità dell’organo, che avrebbe impedito ai medici coinvolti di acquisire ulteriore esperienza professionale. Contestata inoltre una direttiva interna che avrebbe imposto ad alcuni chirurghi mansioni ritenute dequalificanti, come la semplice misurazione della pressione arteriosa dei pazienti.
La Procura parla apertamente di un clima di “mobbing lavorativo” e di vessazioni continue all’interno del reparto. La difesa, al contrario, respinge l’impianto accusatorio sostenendo che si tratti di normali dinamiche lavorative e di scelte organizzative che non integrano il reato di maltrattamenti. Alcune delle presunte vittime si sono costituite parte civile, assistite dall’avvocato Giulio Fierini.
(Fonte: Il Centro)